logo vivomontessori

Qualche tempo fa ho chiesto alla Dottoressa Laura Piccinino di scrivere un articolo per il mio blog. Mi ha inviato questo interessante testo, ricco di spunti di riflessione che condivido molto volentieri con voi. Laura Piccinino è educatrice e coordinatrice, ha svolto per diversi anni attività nei servizi riabilitativi del Comune di Roma ed è l’autrice di “Comunicare non è un capriccio”, una guida per genitori, operatori e insegnanti edito da Franco Angeli che aiuta l’operatore a facilitare la comunicazione con le persone disabili. Laura è una donna di grande esperienza che ha molto da raccontare, per questo motivo le ho chiesto di scrivere per il mio blog e quando ha accettato ne sono stata davvero felice!


Ecco il suo articolo, vi auguro una buona lettura!

Premetto che non sono molto preparata sul Metodo Montessori, ne conosco solo superficialmente principi e pedagogia, anche se durante gli anni di lavoro in ASL con le scuole dell’infanzia ho conosciuto insegnanti che erano specializzate e seguivano la didattica montessoriana.

Ho sempre apprezzato le linee guida, l’approccio pedagogico, il materiale e l’arredo delle scuole Montessori.Mi riconosco con il percorso educativo che viene suggerito soprattutto perché basato sul rispetto dello sviluppo psicologico, fisico e sociale del bambino e ha come obiettivo il raggiungimento di autonomie personali legate alle differenti tappe di crescita.

Il metodo montessoriano ha avuto origine dallo studio dei bambini e delle bambine con problemi psichici, per poi espandersi allo studio dell’educazione per tutti i bambini.

E’ questo il suo grande valore! L’aver studiato a fondo le modalità di apprendimento dei bambini con disabilità e aver trasferito queste conoscenze in ambito “normale” valorizzando in questo modo tutte le varie forme di intelligenza.

Nelle Case dei Bambini aperte da Maria Montessori e diffuse nel mondo i bambini vengono lasciati liberi di esplorare con la certezza che ci sia un impulso naturale verso l’apprendimento. Descriveva come importanti per lo sviluppo delle conoscenze le attività di vita pratica, quelle legate alla propria cura e a quelle dei luoghi di vita.L’ambiente educativo viene predisposto e strutturato per poter scegliere liberamente le attività che sono sempre a disposizione, attività individuali, di piccolo gruppo che rispettano tempi, modalità e ritmi di ciascuno. Attività a misura di bambino che favoriscono scoperta e “costruzione” di conoscenze basate su esperienze dirette facilmente riconoscibili. Il materiale consente l’autocorrezione, favorisce fantasia e creatività

Nei primi anni i bambini esprimono i loro Interessi e il desiderio di scoperta  nell’ambiente domestico dove trovano oggetti insoliti ma conosciuti nelle attività di routine della vita quotidiana. Mai il giocattolo più sofisticato sostituisce oggetti e arredo di casa, oggetti veri, della vita comune, recuperati dai tavoli, dai cassetti, dagli scaffali.

Scrive Maria Montessori:

Il primo passo nel movimento è quello dell’afferrare o prensione: non appena la mano afferra qualche cosa si desta la coscienza del gesto, e si sviluppa la prensione, ossia ciò che prima era istintivo diviene movimento cosciente. A sei mesi questo movimento è pienamente intenzionale. A dieci mesi l’osservazione dell’ambiente ha destato l’interesse del bambino, che ora desidera afferrare tutto ciò che vede: la prensione è accompagnata dal desiderio. Il piccino comincia ad esercitare la mano cambiando posto agli oggetti, aprendo e chiudendo le porte, tirando fuori i cassetti, mettendo tappi alle bottiglie e così via. Mediante questi esercizi acquista abilità

Gli spostamenti autonomi soddisfano il suo bisogno di entrare in relazione con le persone e gli oggetti.

A lei dobbiamo un sapere pedagogico ancor oggi riconosciuto valido, confermato anche dagli studi recenti sui processi mentali del bambino. Le sue proposte educative sono state da stimolo per costruire e diffondere giocattoli adatti a tutte le differenti intelligenze, adeguati alle diverse tappe di sviluppo, stimolanti a livello sensoriale, percettivo.

E’ sorprendente che, grazie a lei, intorno al 1900 si stesse rivoluzionando da un lato l’approccio riabilitativo nei centri speciali, dall’altro la pedagogia diretta ai bambini “normali” che, se ne rileggiamo i contenuti, non differisce da quella contemporanea.

Ciò che muove il bambino all’attività è un impulso interiore, primitivo, quasi un vago senso di fame interna, ed è la soddisfazione di questa fame che lo conduce a poco a poco ad un complesso e ripetuto esercizio dell’intelligenza nel comparare, giudicare, decidere un atto, correggere un errore.

Fin dal primo anno di vita ogni bambino in maniera spontanea gioca. L’attività ludica del bambino è continua, la gratificazione immediata che ne ricava lo porta a ripetere le sue azioni. Sviluppa abilità motorie e cognitive che gli permettono di riconoscere il legame tra causa ed effetto, le proprietà di ciascun oggetto, il suo funzionamento, il diverso utilizzo, che cosa può o non può fare.

Il bambino apprende.

I successi che raggiunge sono la spinta al fare, uno stimolo a continuare il suo gioco che si trasforma nel tempo. Le attività dei bambini si arricchiscono parallelamente al loro sviluppo intellettivo e psicologico. L’esperienza del gioco insegna al bambino ad essere perseverante, impara a riconoscere e ad avere fiducia nelle proprie capacità; attraverso il gioco conosce sé stesso e le sue abilità, impara ad essere creativo, originale, entra in relazione con il mondo esterno.

  • Frequente è la domanda: come gioca il bambino con disabilità?

Il mio lavoro a contatto con i bambini prima, gli adulti poi con disabilità anche complesse, la vicinanza con i coetanei così detti “normali”, mi hanno insegnato che l’evoluzione non differisce gli uni dagli altri. Molto spesso si pensa che i primi abbiano uno sviluppo atipico che necessita di approcci speciali. Vengono proposte, fin dal primo anno di vita soprattutto interventi di cura e riabilitazione. Spesso i genitori ritengono il gioco un’attività meno utile o secondaria rispetto agli interventi riabilitativi su cui investono molto.

Il bambino invece necessita per la propria qualità di vita di un giusto equilibrio tra attività ludiche e interventi educativi riabilitativi, soprattutto nei primi tre anni di vita.

Il bambino, al di là del suo deficit, è comunque un bambino che ha bisogno di crescere, giocare e divertirsi.

In molti casi difficoltà di movimento, di coordinamento, di vista, di
udito di comprensione e, ancora, la scarsa capacità di attenzione e
concentrazione creano ostacoli nel gioco spontaneo. Anche i giochi in
commercio sono per molti bambini difficili nel loro utilizzo, i genitori
si affidano all’età consigliata, non sempre corrispondente ai bisogni
ed interessi dei loro figli.

E’ mia opinione che i giochi attualmente in commercio sono troppo
carichi di stimoli, di colori, di funzioni
. Per fare alcuni esempi: le
prime automobiline proposte sono anche sonore o parlanti, il primo
pannello multisensoriale possiede sì stimoli tattili adatti alla
motricità fine, ma è anche coloratissimo, musicale, montato su una
struttura per i primi passi….

Per facilitare l’apprendimento il giocattolo deve essere semplice, trasparente il suo utilizzo, essenziale, troppe sollecitazioni lo rendono complesso, non adeguato alla sua funzione e finisce per distrarre dallo scopo principale e favorire comportamenti stereotipati.

Tutti i bambini, disabili o non, nelle loro prime tappe di conoscenza e di gioco manipolano, scuotono, battono, mettono in bocca; le uniche differenze riscontrabili possono essere una limitata esplorazione spontanea, possono comparire azioni ripetitive e inappropriate rispetto agli oggetti.

E’ per questa ragione che si raccomanda una cura nella scelta, basata sulla conoscenza delle tappe evolutive di ciascun bambino, delle sue competenze, abilità e interessi.

Chi affianca il bambino è la figura del mediatore tra lui e l’ambiente, è la persona che ascolta, osserva, crea le occasioni per conoscere.

In alcuni momenti l’affiancamento è indispensabile, per accompagnare il bambino nell’esplorazione del materiale con cui sta giocando. Può essere utile manipolare insieme, successivamente mostrare varianti sul suo utilizzo favorendo la conoscenza di nuove funzioni, sorprenderlo in successive scoperte. Può essere necessario facilitare il movimento del bambino guidandone le mani, nel rispetto delle successive autonomie.

I movimenti sono accompagnati da espressioni verbali, ripetizione di istruzioni, ordini, sintatticamente semplici che descrivono causa ed effetto.

Il linguaggio deve essere comunque spontaneo, non artificioso dipendente da un pensiero rigidamente “riabilitativo”.  Il bambino comunque sta giocando e non eseguendo un esercizio.

Attenzione particolare va data alla creatività personale che può emergere in ogni momento anche al di là della funzione iniziale dell’oggetto stesso.

Ricordiamo la frase di Maria Montessori “Aiutiamoli a fare da soli”.

Particolare cura va data nel favorire la motivazione ad apprendere.

I giocattoli devono poter essere variati, per mantenere il piacere della scoperta, quelli deteriorati eliminati, quelli di cui si è perso interesse sostituiti, eventualmente riproposti successivamente.

Intervento educativo mirato è individualizzato, personalizzato, pur restando in   un contesto di gruppo.

Non bisogna essere legati a percorsi rigidi, i bambini non imparano tutti allo stesso modo le capacità di ciascuno vanno riconosciute, stimolate e valorizzate.

I successi devono essere rinforzati da gratificazioni, apprezzamenti. Il bambino gioierà insieme.

Termino il mio breve percorso sul gioco dei bambini nei primi anni ancora con una frase di Maria Montessori:

 

Una prova della correttezza del nostro agire educativo è la felicità del bambino

Articolo redatto da Laura Piccinino per il Blog di Vivo Montessori.

Grazie Laura per aver scritto questo testo.

Non ci sono prodotti in carrello